Mauro Di Vito

Mauro Di Vito

Luogo:
Data Evento: 1 Nov 2016 - 31 Dec 2016
Orario: -

Lettura critica a cura di Mauro di Vito

Nelle opere di Nicola Testoni affiorano, come un relitto al ritiro delle maree, i valori della sopravvivenza (e) del figurativo, che il naufragio di questa poetica, nel secolo scorso, ha segnato in modo indelebile. La sua poetica degli oggetti (in particolare quella della natura morta e dei ritratti) è tutta intrisa di una tensione ontologica, in cui gli oggetti stessi, come in un itinerario memoriale, compongono un vero e proprio bestiario magico. Non sono più di una trentina le cose che strutturano le tavole di questo libro illustrato, un volume che ci racconta, come in un soggettario, le derive simboliche, i correlativi oggettivi che questi stessi oggetti hanno assunto, nella vita quotidiana dell’artista. Una severa e ponderata aderenza alla realtà e alla luce, che bagna le cose come in un quadro di Piero della Francesca, cribrato però dalle atmosfere più dense di Casorati, segna le immagini con una tecnica quasi scultorea, ottenuta attraverso l’uso sapiente delle spatole, sulla superficie del supporto. Lo studio cromatico vi s’innesta, come in un riflesso fotografico, poiché con la luce e con il colore esso è ristabilito, nello spazio della pittura, come in un sogno. L’umile lavoro di studio delle forme sospende le persone e gli oggetti in un’atmosfera onirica, tagliente e piatta come le spatole, con un’insistenza formulare che ricompone un ordine umile e rarefatto. La dottrina della pittura in senso tecnico e artistico trova nei suoi dipinti picchi di una concentrazione metafisica graffiante; da una parte il rigore formale delle composizioni, dall’altra la semplicità pura delle invenzioni, concorrono entrambe a generare immagini profondamente umane, svuotate di ovvietà e riempite di una sacralità quasi irreligiosa. Lo sguardo di Testoni è concentrato e rispettoso, ma con la sua capacità analitica illumina per noi le cose da un punto di vista sospeso e quasi cosciente della sopravvivenza degli oggetti rappresentati. La cuccuma blu, lo scrigno di legno, le trecce d’aglio, la tazza, la pennellessa, il sottomarino, le mele (dall’evidente portato simbolico) i cetacei, i dinosauri, i pachidermi, i cavalli a dondolo e i giochi fluttuano nello spazio, come gli animali delle stampelle dei capitelli di un chiostro gotico e riportano nel loro tornare a galla, da un tempo e uno spazio remoti, una presenza mitologica e divinante, che risveglia il mistero della vita degli oggetti e li rianima in un universo appartato, in uno spazio sacrale e conchiuso. Il momento più profondamente allegorico della sua opera è consegnato ai ritratti, con o senza maschere di scimmia, in essi Nicola Testoni si abbandona a un’espressione figurale dei suoi valori morali, che gli oggetti, di per sé stessi tabù, sono meno permeabili a rappresentare. Oltre alla pudicizia quasi compulsiva con la quale i personaggi sono riportati sulla tela, si nota la presenza iconografica di attributi: megafoni, telefoni, pennelli, che sono tutti strumenti di comunicazione e che sembrano indicare un senso di indisseppellibilità della parola e dell’immagine, contro la quale il pittore combatte in senso anche materiale nella mestica dei colori (spesso dai toni terrosi) e nella loro stesura. Le maschere di scimmia servono, come le maschere di uno stregone, a disseppellire l’anima ancestrale delle persone e a smascherare (in senso paradossale e antifrastico) la nostra natura anticonvenzionale, disordinata (nell’ordine estremo della tela), a svelare l’energia vitale che genera i solidi dei corpi e li proietta nello spazio. Un pensiero magico e analogico codifica in questi dipinti un messaggio facilmente leggibile, immanente, e pieno della nostalgia. Prendere atto della finitezza delle nostre vite non serve a superare il limite estremo delle stesse, se non che, affermarlo con chiarezza, è l’atto magico della sopravvivenza, la stessa che riporta in vita gli oggetti del passato, i dinosauri estinti e che riesce addirittura, poeticamente, a far fluttuare i simulacri delle balene della Schleich nell’aria irreale di una stanza.
Mauro Di Vito 20 ottobre 2016